C’era una volta in America: intervista ai ragazzi del cinema America occupato

La storia dell’Associazione “Piccolo Cinema America” è una storia che parte da lontano, da un contesto completamente diverso da quello cinematografico, forse per questo così in grado di infondere nuova linfa a un ambiente culturale sempre più distante dalle sale e dai cinema.

Questa storia comincia per l’esattezza nel 2011, quando un gruppo di ragazzi, provenienti dalle organizzazioni studentesche, fonda l’assemblea “Giovani al centro” nel quartiere Trastevere: una piattaforma sociale attraverso la quale far incontrare e dialogare giovani e meno giovani, residenti del quartiere o provenienti dalle periferie.

Nasceva così un progetto politico spinto dall’esigenza di avviare un nuovo percorso nella città di Roma, con l’obiettivo di riportare la praticità e il pragmatismo al centro del dibattito sociale.

All’interno di questa Assemblea, che riscuote da subito un’importante e trasversale partecipazione, si impone soprattutto il tema degli spazi abbandonati, e la proposta di salvarli e restituirli alla cittadinanza, nella vesti di nuovi centri culturali polivalenti.

È così che nasce l’idea di occupare il cinema America, una delle tante sale di Trastevere, un tempo fulcro dell’attività cinematografica del quartiere e ormai consegnata ad uno stato di totale abbandono, prossima alla riconversione in appartamenti e box auto.

Un’azione nata come simbolo di protesta contro il sistema delle speculazioni edilizie, con il pieno sostegno della cittadinanza, e che invece ha dato vita a uno dei migliori esempi di sperimentazione culturale ad opera di un movimento giovanile, da poco formalizzatosi in associazione.

È proprio per raccontare questa storia e questa esperienza che abbiamo deciso di intervistare, oggi 21 aprile 2017, Valerio Carocci e Federico Croce, due dei fondatori e membri chiave della neonata associazione.

 

  • Chi sono Valerio Carocci e Federico Croce?


F: “ Ho ventidue anni, studio Scienze delle comunicazioni e Marketing, dopo essermi diplomato al liceo artistico, ma dedico la maggior parte del mio tempo alla gestione del Cinema America, di cui seguo le sorti sin dai tempi dell’Assemblea Giovani al Centro.”

V: “Io invece ho venticinque anni, vivo a Ponte Mammolo nella periferia est della città, e ho fondato insieme agli altri ragazzi l’Assemblea, dopo sei anni di liceo scientifico in cui sono stato rappresentante d’istituto; ad oggi dedico tutte le mie energie all’esperienza del Cinema America, grazie alla quale sono poi entrato a far parte dei selezionatori per il Festival del Cinema di Roma.”

 

  • Abbiamo ormai appurato che tutto è cominciato in seno all’Assemblea “Giovani al centro”: ma quando avete deciso di occupare il Cinema America, quali erano le vostre intenzioni? 

“Quando abbiamo organizzato l’occupazione della sala avevamo progettato di rimanere al suo interno per pochi giorni, e soprattutto non avevamo l’intenzione di occupare il cinema in quanto tale, cioè al fine di ricreare un ambiente cinematografico all’interno di Trastevere. Per noi era semplicemente uno spazio abbandonato su cui si stava compiendo una speculazione che volevamo fermare, anche su richiesta del quartiere. Poi una volta dentro abbiamo visto le 700 poltrone, uno schermo di venti metri e abbiamo capito che dovevamo sfruttarli. Da lì è iniziato il nostro percorso nell’universo cinematografico, partendo da zero, perché nessuno di  noi aveva particolari competenze in materia, ma che attraverso la passione e l’esperienza che con il tempo abbiamo accumulato ci ha permesso di diventare una realtà anche cinematografica e non solo di lotta.”

 

  • La vostra è una realtà ormai consolidata in entrambe le direzioni, cinematografica e di lotta, ma come si fa a gestire nella pratica quotidiana un simile progetto?

 

“Quotidianamente ad occuparci trasversalmente di tutti gli aspetti siamo in tre: io, Federico e Giulia, una ragazza da sempre al nostro fianco. Ci vediamo quasi tutti i giorni e durante quest’anno, in cui non abbiamo potuto fare attività pubblica (a causa dello sgombero del Cinema America ndr), ci siamo formati una conoscenza approfondita di tutti gli aspetti normativi che possono riguardare la nostra attività.  Lo possiamo fare perché abbiamo ancora alle nostre spalle il sostegno delle famiglie, che rappresenta per noi  la condicio sine qua non per andare avanti, perché la nostra scelta è stata sin dall’inizio quella di seguire un percorso di autofinanziamento, per raccogliere i fondi da reinvestire in quello che sarà il Cinema Troisi: la sala di cui abbiamo vinto l’assegnazione.”

 

  • Avete nominato il Cinema Troisi: potreste spiegarci meglio quale sia la situazione al momento e quali siano i vostri progetti futuri al riguardo?

 

“La situazione del Troisi al momento è in fase di stallo a causa dei più o meno pretestuosi ricorsi che sono stati portati avanti al Tar e al Consiglio di Stato da Giorgio Ferrero, che prima dello sgombero occupava l’immobile sine titulo, e che si sono protratti fino all’inizio del 2017 (Il bando era stato vinto dall’associazione nell’aprile 2016 ndr). Ora stiamo aspettando la convocazione da parte delle istituzioni pubbliche per la stipula del contratto, e se ciò non dovesse avvenire in tempi brevi faremo in modo di far conoscere il nostro progetto al pubblico. Anche per ricordare che l’esperienza del Cinema America non è stata soltanto una parentesi.”

 

  • Come immaginate debba essere l’essenza del Cinema Troisi? Pensate di concentrarvi esclusivamente su questo polo culturale o vorreste creare una rete che attraversi e coinvolga tutta la città?


“Vorremmo rendere la sala Troisi uno spazio aperto 24 ore su 24, l’unico della città a disposizione di tutti e che diventi per questo motivo un punto di riferimento trasversale tra generazioni e ceti sociali. Un anno fa ti avrei risposto dicendo che ci saremmo mossi sicuramente su un piano cittadino, oggi, dopo tutte le vicissitudini legate al bando e alla refrattarietà in certi ambiti della macchina pubblica, l’idea è invece quella di concentrarci principalmente, se non esclusivamente sul Troisi, perché attraverso questo progetto e i suoi risultati dobbiamo e vogliamo dimostrare la sostenibilità e la stessa necessità della riapertura delle sale cittadine. Del resto sarebbe inutile battersi per il loro rilancio se non si dimostrasse la loro sostenibilità, prima di tutto economica. Forse così facendo potremmo poi dare anche lo slancio per un nuovo piano cittadino, e magari realizzare l’idea di un multisala diffuso sul territorio mettendo in sinergia i mono-schermi presenti.”

 

  • Aldilà dei ricorsi cui avete dovuto far fronte in merito al bando di assegnazione del cinema Troisi, quali altre questioni legali avete dovuto affrontare?

 

“Ad eccezione dei procedimenti intentati nei nostri confronti per l’occupazione abusiva del cinema America, che comunque non sono stati poi portati avanti, non abbiamo mai dovuto rispondere di nessuna difesa legale. Nel settembre del 2014 abbiamo anche ricevuto un encomio pubblico da parte dell’allora Presidente della repubblica Napolitano, che elogiava ed esortava il nostro operato, e di conseguenza se citati in giudizio risponderemmo anche su questa base.”

 

  • Quest’ultimo fatto ci porta a un’altra questione: che tipo di rapporti esiste o è esistito con le istituzioni e le amministrazioni che si sono succedute?

 

“Il rapporto più costruttivo e importante si è sicuramente consolidato con la Regione Lazio, grazie all’asse Smeriglio-Zingaretti, che ci ha sempre sostenuto senza mai chiederci di cambiare una virgola di quello che facciamo. È grazie all’interlocuzione del Vicepresidente Smeriglio che siamo riusciti poi ad instaurare un rapporto con il Ministro dei beni culturali Dario Franceschini, attraverso il quale abbiamo ottenuto l’apposizione dei vincoli culturali sull’immobile del Cinema America, salvandolo definitivamente dalle speculazioni private. Per il resto noi siamo aperti al dialogo con chiunque, purché venga rispettata la nostra natura e non ci venga chiesto o imposto di fare o diventare qualcosa di diverso da quello che siamo.”

 

  • Eccoci all’ultima domanda. Ad oggi il problema del movimento cinematografico italiano sembra essere l’allontanamento del pubblico dalle sale di proiezione e la conseguente chiusura di molte di esse: attraverso la vostra esperienza vincente nei risultati e sicuramente alternativa nei mezzi, vi siete resi conto del perché di questo allontanamento? E cosa consigliereste per riavvicinare il grande pubblico?

 

“Quello di cui siamo certi è che la maggioranza dei proprietari delle sale cittadine che hanno chiuso i battenti sono gli stessi che hanno aperto i Multisala in periferia, ed è quindi evidente che si è preferito investire in un qualcosa che ai loro occhi è sembrato essere maggiormente remunerativo. L’errore secondo noi sta nella mancanza di una visione d’insieme dei mono-schermi presenti in città, perché quello che abbiamo sempre pensato è che la sala si basa sul pubblico che genera la produzione del film; non si va mai al cinema a prescindere dal film che viene proiettato. Perciò crediamo che se venisse realizzato un tipo di proposta capace, attraverso un coinvolgimento orchestrato delle sale cittadine, di rivolgersi a ogni tipologia di pubblico, si potrebbe ottenere il risultato sperato. Oltretutto una volta riabituato lo spettatore ad usufruire costantemente della proiezione, anche attraverso una campagna di abbassamento dei prezzi, sarebbe poi molto più semplice per i cinema convergere su quelle che si rivelerebbero essere le richieste del pubblico.”

Nota finale: Pochi giorni fa, prima che terminassi la stesura di questo articolo (per la precisione il 17 Maggio) Valerio e Federico, insieme agli altri ragazzi dell’associazione, sono finalmente riusciti nell’intento di aprire per la prima volta, e per non richiuderle più, le porte del cinema Troisi. Facciamo il nostro in bocca al lupo ragazzi, Hic Sunt Leones!

Alessandro Marrazzo

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