Bovary c’est nous!

Bovary c’est moi! Questa celebre frase – forse quanto il romanzo stesso – sussurrata da Flaubert stesso durante il processo per immoralità ai suoi danni, appare condensare pienamente il pensiero di un autore che, in maniera avveniristica, sembra descrivere i mali non solo della borghesia del suo tempo, ma anche del nostro ceto medio.
Il bovarismo – termine anch’esso fortunatissimo – infatti, sembra proprio essere adatto a rappresentare quella perenne insoddisfazione e quella assidua e continuamente frustrata ricerca di un rimedio per essa tipici dei nostri giorni e, in particolar modo, della nostra generazione.

“D’altronde, più le cose si trovavano a portata di mano, più il suo pensiero si distoglieva da esse. Tutto quanto nell’immediato la circondava, la campagna noiosa, i piccoli borghesi imbecilli, un’esistenza mediocre, tutto le appariva un’eccezione nel mondo, frutto di una fatalità che la teneva in trappola, mentre più in là si allargava a perdita d’occhio l’immenso paese delle gioie e delle passioni.”

Sembra proprio avere un’origine materialistica il disagio di Emma con il mondo: avendo a sua disposizione tutti i beni necessari per la sopravvivenza, ella anela alle passioni e ai sentimenti più intensi ed estremi, rifuggendo la comoda mediocrità e desiderando un sublime inarrivabile. Ciò non mi sembra così dissimile dalla fuga dalla “normalità” che tanti oggi perseguono e che alla fine, inevitabilmente ma in maniera abbastanza paradossale, finisce proprio con l’omologare coloro che la ricercano; avendo un’esistenza più o meno agiata, si finisce prima con il dare per scontato e poi addirittura nell’allontanarsi – più idealmente, meno concretamente – da questo benessere mediocre, inseguendo sogni di lusso o, proprio come la signora Bovary, emozioni e sensazioni squisite e mai del tutto raggiungibili.

“Abituata agli aspetti più calmi della vita era attratta, all’opposto, da quelli più tormentati. Amava il mare solo se tempestoso e il verde soltanto se disseminato in mezzo alle rovine.”

La tendenza all’autodistruzione è insita al personaggio di Emma Bovary e sfocia meravigliosamente nella scena – una delle poche, a mio avviso, davvero emozionante nel romanzo, che è volutamente asettico – del suo suicidio: Emma, più che per i debiti e le accuse di adulterio, si uccide perché è finalmente consapevole della propria mediocrità e del fatto che in nessun modo può più sfuggirle, a mio avviso: l’unica soluzione per rendere sublime e squisitamente tragica la sua vita è quella di togliersela. Questa linea autodistruttiva, inutile dirlo, pervade intrinsecamente anche la nostra generazione: una scarsa considerazione della vita che – volendo assolutamente evitare tirate moraleggianti o paternalistiche – spesso conduce al suo sacrificio in nome di sensazioni estreme e irriproducibili in un contesto di “normalità”.

“ – […] di morali ce ne sono due, […] Quella piccola, convenzionale, la morale della gente da nulla, quella che varia continuamente e che sbraita a più non posso, si agita in basso, terra terra, come questa accozzaglia di imbecilli che state vedendo. Ma l’altra, quella eterna, sta tutt’intorno e al di sopra, come il paesaggio che ci circonda e il cielo azzurro che ci rischiara.”

Emma non si considera colpevole: non si sente in colpa per il suo adulterio, né per i suoi debiti e nemmeno per essersi tolta la vita. Emma si considera una martire: la mediocrità, impersonata da suo marito Charles, ne è la carnefice. Emma Bovary ha una sua morale: rifuggire la mediocrità borghese; per raggiungere questo fine, tutto le è consentito.
È assai semplice qui trovare la connessione con la nostra generazione: la mancanza di una morale condivisa con le generazioni precedenti che, forse come mai prima nella storia dell’uomo, ce le mostra come ninnoli impolverati in un mercato dell’antiquariato e, viceversa, ci fa apparire ai loro occhi come una “generazione bruciata”, dissoluta e alla deriva.
Leggendo questo romanzo, potrebbe scapparci allora un “Bovary c’est nous”: Emma sembra essere, a tratti, lo specchio della nostra generazione, soffocata da sogni di originalità frustrati da una realtà omologante, da una morale classica nella quale non riusciamo a identificarci, da un materialismo che ci riempie di oggetti e di mediocrità svuotandoci di sentimenti e sensazioni.

Danilo Iannelli

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