Greenaway, ovvero le possibilità del cinema

Dire <<Il cinema è morto>> può essere una posa, una provocazione o una verità. Tutte queste sfumature sono quelle che percepisce la gente quando Peter Greenaway l’esprime.

L’aveva già detto Rossellini per indicare la tendenza edulcorante, non diretta al reale, né pragmatica o gnoseologica del nuovo cinema italiano; perfino Tarantino ha usato questa frase lamentandosi del digitale (in maniera assai risibile).

Ma in che senso un pittore gallese, classe 1942, autore dei film postmoderni più emblematici, arriva ad affermare tutto questo?

I suoi film sono il trionfo dell’artificio, del colore, della simmetria dei corpi. Il suo obiettivo è uno studio della forma. Figlio degli approcci teorici di Derrida, il suo cinema è prima di tutto un insieme di significanti, combinazioni, compenetrazioni, un’esperienza architettonica.


Non c’è un contenuto se non quello del catalogo, della pura sperimentazione contro le strutture grammaticali e logiche viste come luoghi di Potere, luoghi di fissità del linguaggio. Il cinema per Greenaway muore nel 1983 con i telecomandi, le nuove tecnologie che permettono allo spettatore una visione selezionata, frammentata del film di cui viene ferita la narrazione.

La fluidità della maggior parte dei film fino ai nostri giorni ha, secondo il regista gallese, fondamenta letterarie, superate dalla libertà di chi giocava con la parola e la trascendeva con la forza dell’immagine.

Non è un caso che uno dei suoi film preferiti sia 8 ½ di Fellini e che la punta dell’iceberg nei suoi gusti sia L’anno scorso a Marienbad.

La gente contro cui Greenaway si batte è quella assuefatta al messaggio e non al corpo del film, quelli che leggono il film non come forma, immagine, gioco di sguardi e composizione ma come un testo.

A questo proposito lui ingaggia una lotta contro il contenuto, ci gioca e lo fustiga con la sua ironica freddezza, sperimentando non tanto nei film distribuiti in sala quanto nelle sue installazioni in giro per l’Europa. Il testo con Greenaway è messo in croce, tolto dal trono. Le sue stesse sceneggiature sono usate come spartito di libera fonetica, puro insieme di suono e segni, molto lontane da ciò che chiama 100 anni di teatro filmato o letteratura illustrata.

L’esempio più estremo, fertile, in cui l’attenzione dello spettatore diventa obbligo, è l’esperienza multimediale degli episodi di The Tulse Luper’s suitcases, progetto internazionale che mostra (e non racconta) il vagare picaresco di un alter ego del regista all’inizio del Novecento, intento ad immagazzinare nelle sue valigie il sapere del mondo, passando di prigione in prigione, d’avventura in avventura.

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La serie, girata pure in Italia a Racconigi (CN) e che presenta anche attrici italiane come Isabella Rossellini e Valentina Cervi, s’innesta sulla scia più estrema dei suoi precedenti film, come I racconti del cuscino e L’ultima tempesta.

Non c’è che una sottilissima rete, quella che lega gli episodi. La struttura del film è un collage e susseguirsi continuo di strutture mutaforma. I formati delle immagini variano dal verticale all’orizzontale, quadri alternativi si sovrappongono ai riquadri più vasti, le parole prendono vita dietro, intorno, davanti ai personaggi.

Centrale è il gusto per la simmetria, per l’interattivo, all’interno di un percorso che cerca con le nuove tecnologie una compenetrazione maggiore tra lo spettatore e l’opera, ancor più visibile nei suoi lavori video.

Non è un caso che lui preferisca il geniale video-maker Bill Viola al “nemico” Scorsese.

Greenaway non guarda al cinema (che peraltro non ritiene arte in senso stretto) ma ad altre forme d’espressione attraverso di esso. Il cinema è quindi mezzo e non fine. Non ci si stupisce che lui dica di preferire la pittura alla macchina da presa.

Ma sui gusti non si discute.

Si potrebbe anche ribattere, dire che tutte le arti sono solo Una, sempre attiva per un lavoro di incessante sinergia e che l’arte sta nel come e non nel cosa, come la tecnica che, carica di significato, potenza e stile, trascende la tecnica stessa.

Si potrebbe anche far vedere come il cinema abbia spazio per tutto e che la narrazione, da lui rifiutata, sia qualcosa che la psiche umana non potrà mai buttare via.

Ma lui ha ragione quando fa accenno al teatro filmato che rappresenta il livello di cinema più basso ed infimo.

Ha ragione pure quando dice che dovremmo smetterla con il realismo visto come regola e genere asfissiante e che tutta la gente, dopo secoli di cultura scritta, debba imparare a capire le immagini.

Il cinema può essere tutto e limitarlo equivale a seppellirlo. Si potrà anche non amare questo dandy dinamitardo, ma se la settima arte arriverà a penetrare ancor di più nei nostri sensi, i posteri e i cinefili gli dovranno dar ragione.

 

Antonio Canzoniere

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