Ho visto Totò û Curtu – vivere al tempo di Salvatore Riina

Sono passati pochi giorni dalla morte di Salvatore Riina, e io non riesco più a reprimere il bisogno di raccontare il modo in cui, senza avermi mai visto, mai conosciuto e senza nemmeno aver mai saputo della mia esistenza quest’uomo sia stato una presenza costante nella mia vita. Quelli che ha mosso Riina non erano solo i fili di Cosa Nostra, ma erano più o meno direttamente i fili dell’esistenza di tutti. Ed è proprio questo, questa permeante influenza che, attraverso le mie esperienze personali, voglio raccontare.

Il mio nome è Giuseppe Russo, ma tutti mi chiamano Peppino; sono nato a Palermo  il 18 maggio del 1956, lo stesso giorno in cui Salvatore Riina, per tutti Totò, usciva per la prima volta dal carcere dell’Ucciardone. Quel giorno a Palermo ci furono due nascite: la mia, biologica, come uomo venuto al mondo, e quella di Riina, antropologica, come futuro Capo dei Capi di Cosa Nostra.

La carriera criminale di Riina inizia tuttavia prima di quel giorno, quando in gioventù, nella sua Corleone, conosce Luciano Leggio, mentore che lo porterà ad affiliarsi alla cosca mafiosa locale. Assieme a Leggio inizia a fare il picciotto, così viene definito qui in Sicilia il grado più basso della gerarchia mafiosa, agli ordini di Michele Navarra, all’epoca a capo della cosca corleonese, fino a quando nel 1949 viene condannato a 12 anni di carcere per l’uccisione di un suo coetaneo in una rissa.
Al momento dell’arresto Riina aveva solo 19 anni. Sconterà solo parzialmente la sua pena, venendo liberato, ed è da qui che è partito il mio racconto, il giorno in cui vidi per la prima volta la luce del sole.
Non potevo sapere che questa sarebbe stata solamente la prima volta che l’esistenza di Totò Riina si intrecciava con la mia, e con l’esistenza di tutti.

Tornato a Corleone e riunitosi con la banda di Luciano Leggio, Riina prende parte, come braccio destro di Leggio, alle rivolte interne alla cosca di Corleone, che culminano nell’assassinio, per ordine di Leggio, del boss Michele Navarra nel 2 agosto 1958. Da quel momento in poi si poterono contare decine di morti per ognuno dei primi passi che compievo. Fino al 1963 Riina e Leggio fecero massacrare tutti coloro che si legarono a Navarra, ed io crebbi i miei primi anni, come tutti coloro che li vissero, accompagnato dall’ombra opprimente di questa guerra di mafia. Una guerra di mafia che come tale non veniva riconosciuta, perché la mafia non esisteva: questo ci dicevano gli insegnanti, i vicini di casa, le istituzioni.


Fu un giorno di dicembre di quel 1963 che per la prima volta, la prima volta di cui abbia davvero memoria, sentii parlare di Totò Riina. Fu mio padre, leggendo il giornale, ad esclamare: “Hanno arrestato Totò û Curtu!”. Ricordo che risi nel sentire quel soprannome, così come ricordo mio padre, come fui costretto a fare anni dopo con mio figlio, cercare di spiegarmi imbarazzato, con parole da bambino, chi fosse mai questo “Curtu”. Riina uscì per la seconda volta di prigione nel 1969, e per sfuggire all’ordine di custodia cautelare diede inizio ad una latitanza che terminò soltanto 24 anni dopo.

Ci vollero pochi giorni perché l’introvabile Riina tornasse a farsi braccio armato di Cosa Nostra. Ancora una volta di dicembre, esattamente il 10 dicembre del 1969, a Palermo, prese parte ad uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia della mafia siciliana, passato alle cronache con il nome di “Strage di via Lazio”. Rimasero uccisi uno dei sicari, il boss nei cui confronti l’attentato era stato ordito e tre innocenti.
Palermo, la mia città, si risvegliò nel sangue e nella terrore, forse la mafia non era solo un’invenzione. Mio padre quel giorno non seppe trovare le parole.

Passarono gli anni, anni durante i quali assieme ai miei coetanei entravo in quella fase di turbolenti sentimenti che chiamiamo adolescenza, anni durante i quali Palermo si infilava nelle grinfie di quella mano nera i cui fili si proiettavano sempre più tra le dita di Salvatore Riina. Furono gli anni in cui venne eletto Sindaco Vito Ciancimino, costretto a dimettersi nel 1971 a causa dei violenti attacchi da parte delle opposizioni e delle inchieste sul suo conto, messe in atto dalla Commissione Parlamentare Antimafia, dalle quali emerse che Ciancimino era il primo referente politico di Riina e dei corleonesi.

Sembrava impossibile porre un freno al rancore e al senso di abbandono, di impotenza che si insinuavano nella mente di quanti osservavano le proprie istituzioni non solo cedere, ma addirittura colludersi con quello che ogni cittadino onesto, siciliano e non, aveva identificato con il male. O ti piegavi o venivi ucciso, così come accadde al procuratore Pietro Scaglione, al presidente della regione Piersanti Mattarella, al Generale Carlo Alberto dalla Chiesa e da ultimo al segretario regionale del PCI Pio La Torre, il 30 aprile del 1982, reo di essere stato uno dei principali promotori della legge n. 646/1982, che portò finalmente all’inserimento nel codice penale dell’articolo 416-bis, il reato di associazione mafiosa.
Tutti caduti perché lasciati soli a combattere una guerra che in troppi, colpevolmente, non volevano combattere. Tutti caduti per volere di Totò Riina, che ormai rivestiva de facto  il ruolo di vertice indiscusso di Cosa Nostra.
Sì perché tra il 1981 e il 1982 Palermo fu teatro anche della cosiddetta “seconda guerra di mafia”, attraverso la quale Riina si garantì il potere assoluto sull’organizzazione mediante l’eliminazione di tutti i nemici interni.

Sembravamo intrappolati in un vortice di orrore senza fine, con i nostri 25 anni e i nostri desideri obbligati a fare i conti con una realtà di terrore. Dico nostri in riferimento alle nostre generazioni e anche perché all’epoca conobbi Anna, che qualche anno dopo sarebbe diventata mia moglie, con la quale condividevo gli studi universitari e le ore passate a discutere di quello che stava succedendo al nostro mondo, tentando di esorcizzare la comune paura che nulla potesse cambiare.

Eppure qualcosa si stava muovendo. All’insaputa dei più, tra i corridoi della procura di Palermo, iniziavano le prime indagini su Cosa Nostra dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, coordinati dal Giudice Istruttore Rocco Chinnici, anch’egli assassinato nel 1983, non prima che il suo operato portasse però alla nascita del progetto denominato “Pool Antimafia”.
Il 1986 segna l’anno più importante per la mia vita e per quella della lotta antimafia, ancora una volta il destino si fa portatore di due nascite: quella di mio figlio Carlo e quella del primo grande processo contro Cosa Nostra, il maxiprocesso di Palermo.

L’attenzione di tutto il Paese si riversò su Palermo, e per tutta la durata del processo non passò giorno senza che i palermitani respirassero l’aria di una nuova speranza. Quel senso di abbandono che ci aveva accompagnato troppo a lungo si tramutò nell’orgoglio della rivincita il 16 dicembre 1987, giorno in cui la sentenza di primo grado divenne pubblica: 346 condannati, 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione. Nella lunga lista dei condannati spiccava anche Salvatore Riina, ma la sua latitanza non era ancora giunta al termine.
Se c’era un’ombra ad incombere su quei giorni, nonostante tutti tentassimo di nasconderne il timore, quell’ombra portava ancora una volta il suo nome.

Negli anni che seguirono la rappresaglia di Cosa Nostra non si fece attendere. Non è mio compito né mia intenzione raccontare in queste righe chi furono i magistrati Falcone e Borsellino, massacrati ancora una volta per volere di Riina il 23 maggio e il 19 luglio del 1992.
Quello che più mi torna alla mente di quei giorni sono gli occhi di mio figlio, costretto già all’età di 6 anni a chiedere spiegazioni che non sapevo dargli. Non esistono parole per spiegare a un figlio il significato, il senso di una strage.  A distanza di anni capii perché quel giorno del 1969 mio padre non seppe trovarle. Cercammo soltanto di nascondergli le immagini più cruente che passarono durante quei giorni in televisione e sui giornali.
Non volevo che in mio figlio crescesse la stessa viscerale paura con cui siamo stati costretti a vivere noi, perché chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. Per questo con Carlo provavamo a scherzarci sopra; Totò û Curtu era diventato nel tempo Totò la Belva ma tra di noi lo chiamavamo ancora con quel beffardo soprannome.

Quella fu l’ultima volta in cui le nostre esistenze si trascinarono per la stessa strada, almeno fino alla notizia della sua morte. La ferocia di Riina, quella sua esasperata propensione alla violenza  elevata al rango di unica forma di linguaggio, che lo aveva portato a ricoprire il ruolo di capo assoluto di Cosa Nostra, lo portò alla caduta.
Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, anche grazie alle informazioni fornite dai pentiti, la morsa delle indagini non potè che stringersi sempre di più intorno alla sua figura, fino a portare al suo arresto il 15 gennaio 1993.

Non dimenticherò mai il senso di liberazione che provai nell’apprendere la notizia; era la fine di un’era, la fine di una guerra che ci aveva visto quasi soccombere, ma che infine, seppur con il sangue versato da centinaia e centinaia di persone innocenti tra appartenenti alle forze dell’ordine, alla cittadinanza, alle istituzioni, avevamo vinto.  Per chi, come me, ha vissuto quegli anni, quel giorno aveva il sapore di una vita diversa, una vita in cui la mafia continuava ad esistere ma si poteva sconfiggere. Da quel momento in poi cadde quel velo che aveva ammantato le organizzazioni mafiose di un’aura di invincibilità; erano i mafiosi a dover aver paura, non eravamo più noi.

Quel giorno tornai a casa per cena; mio figlio sedeva per terra, davanti alla televisione, e prima che potessi dire qualcosa si girò, sorrise, e mi disse:  “Papà, ho visto Totò û Curtu!”.

N.d.r.  –  L’io narrante di questo brano prende voce da un personaggio immaginario, come immaginarie sono le vicende a lui legate; Più che mai reali sono e sono stati invece i fatti storici, i sentimenti, le conseguenze sulla vita e sulla quotidianità delle persone legate alle esistenze di Salvatore Riina e di Cosa Nostra, che in queste righe abbiamo cercato di raccontare.

Alessandro Marrazzo

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