Campanellini

Ero a piedi nudi in un bosco, non saprei ben dire che giorno fosse, ma sicuramente era volto alla fine. Prima che i raggi del sole si arrendessero al buio della notte, il cielo era dipinto di un tenue arancione. L’erba mi solleticava le piante dei piedi, era una sensazione che non sentivo più dall’infanzia, quando senza scarpe rincorrevo le farfalle nella casa estiva di campagna. Passo dopo passo mi lasciavo alle spalle un sentiero di querce dai rami serpentini, tetri e lunghi come vere braccia di scheletri, adornati di foglie nere. Giunse in fretta la notte, inciampai tra le radici e le buche scavate a terra dagli animali, non vedevo oltre il mio naso, finché scorsi tra i fitti arbusti e i loro frutti velenosi il lume di una candela. Mi mossi in quella direzione, speranzosa di avere una possibilità di uscire da quel labirinto naturale. Più inseguivo la luce, più le mie aspettative lasciavano il posto ad un’amara consapevolezza: sarei stata inghiottita dal bosco.

Allo strenuo delle forze, con i piedi pieni di spine e graffi, il volto sporco di fango e tra i capelli un numero non quantificabile di fogliame e insetti, sembrò che la luce si fosse fermata, decisa a farsi raggiungere. Arrivai davanti all’ingresso di una radura, la luce non era il lume di una candela come credetti inizialmente, ma un’entità altra della quale tutt’ora non riesco a tessere una definizione. Passai oltre le due gigantesche querce disposte specularmente l’una di fronte all’altra, il ramo di una si avvolgeva in una perfetta spirale con il ramo dell’altra. Col senno di poi è quasi impossibile riconoscerne le due individualità: quella notte sembrarono essersi fuse in un’unica essenza. La luce divenne più abbagliante, di un bianco travolgente, illuminava tutto lo spiazzo di terra ed ogni cosa ne facesse parte.

La radura era perfettamente circolare, tenerissimi ciuffi d’erba verde la ricoprivano, non mi sembrò ci fossero altre piante, né fiori, ad eccezione di una pianta d’edera che si arrampicava su un pozzo, esattamente al centro del prato. La pianta era molto rigogliosa, si riusciva ad intravedere solo qualche squarcio della struttura del pozzo, qualche pietra. Arrivava fin sulla carrucola e alcune foglie più giovani, ancora verdi accese sfioravano docilmente il secchio di legno che probabilmente nessuno aveva mai toccato.

Fu in quell’istante che la vidi.

Era piccola, forse sui sette o otto anni, danzava intorno al pozzo sulle punte dei piedi. Aveva la chioma fulva, raccolta da nastri rossi in due dolci codini. In questi lembi di tessuto aveva cuciti dei campanelli che ad ogni passo di danza danzavano con lei tintinnando, gli stessi nastri li aveva anche su polsi e caviglie. Indossava una piccola veste bianca, troppo sottile per riscaldare un corpicino così piccolo e magro, le arrivava sulle candide ginocchia. Anche lei era scalza. Quando si accorse della mia presenza, all’estremità della radura, mi guardò curiosa inclinando la testa di lato, come sono soliti fare i cuccioli di fronte a qualcosa di nuovo che non comprendono, ma non disse una parola. Dopo avermi guardata, tornò assorta a danzare felice. Non riuscivo a spiegarmi cosa potesse farci una bambina così piccola e mal vestita in un bosco, con il freddo dell’inverno alle porte, ballando intorno ad un pozzo con dei campanelli alle caviglie. Decisi di avvicinarmi facendo attenzione a non spaventarla, ebbi paura di farla scappare via come un cerbiatto impaurito.

Mentre avanzavo verso di lei mi accorsi di non avere più graffi sui piedi, portai le mani al viso, il fango era sparito e i capelli mi ricadevano docilmente lungo le spalle. Ogni traccia della mia fuga da quel bosco era svanita, come un incubo notturno alle luci dell’alba.

Quando capì che le andavo incontro smise di volteggiare, si fermò sull’attenti diritta come un soldatino. Appena le fui più vicina mi guardò e mi disse “Benvenuta!”. Ricordo molto bene che ogni sua parola risuonava nell’eco della radura, aveva la tipica voce squillante dei bambini a quell’età. “Benvenuta… uta… uta…”

Rendendomi conto di aver titubato in una risposta abbozzai un saluto a labbra serrate. “Cosa ci fai da sola in questo posto vestita in questo modo?”

Mi guardò ma non rispose. L’espressione seria che aveva tenuto fino a quel momento si trasformo in un sorrisino infantile. Mi fece la linguaccia portandosi le mani chiuse sui fianchetti magri, facendo increspare la veste. Incredula per tutta la strana avventura che stavo vivendo, iniziai a spazientirmi: “Non ho voglia di giocare, dimmi dove mi trovo!”

Dispettosa rovesciò la testa all’indietro: “Allora non vuoi proprio capire! Certo che siete poco svegli voi adulti!”

“Cosa dovrei capire?”

Tornò seria e si avvicinò al mio orecchio per sussurrarmi qualcosa: “Prendi questo, esprimi un desiderio e gettalo nel pozzo, qualsiasi cosa chiederai si esaudirà.”

Mi afferrò una mano e mi diede uno dei suoi nastri rossi con due campanellini all’estremità. Mi avvicinai al pozzo e mi sporsi a guardarci dentro: l’acqua era limpida, il mio riflesso era ben delineato. I campanelli d’oro tintinnavano, stavo esitando. Chiusi gli occhi, volevo tornare a casa. Strinsi forte i campanelli nella mano prima di lasciarli andare nel pozzo.

“È il momento di tornare indietro.”

La voce si affievolì tanto da perdersi in suoni incomprensibili. L’ultimo ricordo fu il rumore di qualcosa che cadeva nell’acqua seguito da un dolore lancinante al petto.

Quando aprii gli occhi ero in una corsia d’ospedale, probabilmente intubata. Un’infermiera era chinata sopra di me, si faceva il segno della croce.

“Una miracolata”, disse.

In fondo al corridoio riuscii a notare il fantasma di una bambina bionda che danzava a piedi nudi prima che sparisse dietro l’angolo, nella mano avevo stretto un nastro rosso con due campanellini all’estremità. Finalmente capii chi fosse. Un angelo.

 

Giulia Mirimich

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