L’insostenibile leggerezza dell’essere Gentiloni

È facile immaginare all’indomani della débâcle del 4 dicembre un Matteo Renzi che accarezza languidamente la sua sedia nella sala del Consiglio dei Ministri, sussurrandole dolcemente di non preoccuparsi, ché ci avrebbe pensato lo zio Paolo a riscaldarla nell’attesa del suo ritorno. Gentiloni, con quell’aria rassicurante e il sorriso imbarazzato di chi si è presentato a una cena troppo elegante senza avere il vestito adatto, doveva essere poco più che la riserva, il reggente del trono rimasto vacante, il traghettatore chiamato in extremis a salvare una squadra alla deriva dopo l’esonero dell’allenatore.

E invece no.

Senza mai dare nell’occhio, Gentiloni si è ritagliato uno spazio non indifferente nel panorama politico italiano, riuscendo a raggiungere picchi di gradimento inarrivabili per tutti gli scalatori di indici del recente passato. Durante il suo Governo sono sorti decreti controversi come lo ius soli e l’obbligo vaccinale, è stata approvata una legge elettorale, eppure tutti i feroci dibattiti che hanno dilaniato l’opinione pubblica non lo hanno quasi mai sfiorato: complice la sua abilità nel non personalizzare le scelte del Governo e la cadenza delle sue presenze televisive non molto dissimile da quella del passaggio della cometa di Halley, nessuno ha mai puntato il dito contro di lui, la satira lo ha appena accarezzato, la macchina del fango è sempre rimasta posteggiata in garage.

Il sondaggio Ixè di inizio novembre attesta la fiducia degli Italiani in lui al 39%, più di chiunque altro: più di Di Maio, molto più del “titolare” Renzi.

Gentiloni piace proprio a tutti, indistintamente dal credo politico: secondo i dati raccolti dal suddetto istituto la percentuale dei potenziali votanti di altri partiti o movimenti che lo sceglierebbero si aggirerebbe intorno al 7,1%, contro il 3,9 dell’attuale front-man toscano del PD.

Eppure, Gentiloni non sarà candidato alle prossime elezioni. Arrivato come “un medico chiamato a operare in una situazione d’emergenza” (ipse dixit), se ne andrà in punta di piedi, con lo sguardo tranquillo che ha caratterizzato i suoi giorni da Presidente. Lo statuto del PD parla chiaro: il candidato premier è il segretario del partito. Sarebbe contro lo stile di Gentiloni puntare i piedi, mettere su il broncio, chiedere che gli venga riconosciuta l’indiscussa dote di leadership e di mediazione che ha dimostrato di possedere, che sia dato a Paolo quel che è di Paolo.

Magari nessuno piangerà, non ci saranno manifestazioni in piazza per chiedere la sua conferma, ma un vago senso di dispiacere forse rimarrà: il dispiacere di non aver potuto vedere come se la sarebbe cavata in una campagna elettorale, momento in cui ogni politico può dare sfoggio delle sue migliori capacità persuasive. Sarà il dispiacere velato e sommesso di quando il pensiero vaga per un attimo fino alla prima fidanzatina delle medie, quella persa di vista senza rancore né disperazione prima che potesse realmente sbocciare, e da quel giorno mai più incontrata.

Essere Gentiloni è insostenibilmente leggero: nessuno lo ha atteso e in pochi lo rimpiangeranno, è arrivato all’improvviso e se ne andrà senza combattere, ma lasciando qualche sorriso e un po’ di tranquillità in un’Italia troppo avvezza agli urli e ai cori. Un eroe silenzioso e senza superpoteri, senza infamia e con poca gloria, un mediano d’altri tempi, senza nemmeno il gusto di una ballata dedicatagli da un qualunque Ligabue della politica.


Paolo Palladino

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