L’impietosa umanità di Dio

 

Un Dio diabolico, un’umanità impotente e un Diavolo succube: questo è il quadro che sembra raffigurare Il vangelo secondo Gesù Cristo del portoghese premio Nobel per la letteratura José Saramago. Se escludiamo le differenze storiche e dottrinali – che in verità sono tutt’altro che marginali – con i vangeli canonici, queste sono le immagini che più sorprendono: il ritratto di un Dio spietato, umanissimo – nel senso più spregevole del termine – che non si cura del dolore dei propri figli, dolore che egli stesso causa per poter raggiungere i suoi – umanissimi – scopi; il Diavolo, più che antagonista – in alcuni frangenti sembra quasi che Saramago voglia riservare a Dio questa funzione narrativa – ricopre il ruolo di aiutante/spettatore a seconda dei punti di vista, del tutto impotente al cospetto della terribile e inoppugnabile volontà divina e che tenta di “salvare” dal sacrificio l’Agnello di Dio; l’uomo infine, rappresentato da Gesù Cristo, il Figlio dell’Uomo, una figura impregnata di umanità – stavolta nel senso più nobile del termine – che incarna tutti i dubbi e le sofferenze della condizione universale dell’uomo, anch’egli totalmente sottomesso all’onnipotenza divina e alla quale tenta vanamente di sottrarsi.

“Ebbene, si edificherà l’assemblea di cui ti ho parlato, ma le sue fosse, per essere ben salde, dovranno essere scavate nella carne, e le sue fondamenta composte da un cemento di rinunce, lacrime, dolori, torture, di tutte le morti oggi inimmaginabili e di altre che solo nel futuro si conosceranno.”

Gesù, figlio di Dio ma umano in tutto e per tutto – sin dall’inequivocabile carnalità del suo concepimento – muore in croce come suo padre: ma mentre il martirio di Giuseppe – una delle più evidenti divergenze rispetto alla dottrina canonica – sembra profilarsi come una punizione a posteriori per la sua colpa, quello di Gesù risulta gratuito se si eccettua il fine per il quale Dio l’ha previsto: Gesù è innocente e la sua unica colpa è quella di essere figlio di Dio, un Dio pronto a sacrificare la sua stessa prole – e dunque forse anche il suo popolo? – per i propri fini e, al tempo stesso, essere figlio di un uomo e dunque partecipare inevitabilmente alla colpevolezza originaria del genere umano.

“E qual è il ruolo che mi hai destinato nel tuo piano, Quello di martire, figlio mio, quello di vittima, quanto c’è di meglio per diffondere una dottrina e infervorare una fede.”

Il Dio di Saramago è allora un padre, ma autoritario e “padrone”; le colpe dei padri – sia quello umano che quello trascendente – ricadono sul figlio e, generazione dopo generazione, sui figli. Non sembra esserci spazio, nel romanzo di Saramago, per la figura del padre misericordioso e caritatevole, che ama e perdona i suoi figli: Dio appare come un’entità profondamente crudele, spietata, e l’uomo, non potendo in alcun modo sfuggire alla sua volontà, sembra non avere altra opportunità di perpetrare sulla Terra la bestialità divina, scontando con il dolore e la sofferenza la colpa originaria di essere stato creato imperfetto da un Dio sì onnipotente, ma anche profondamente egoista.

Danilo Iannelli

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