La terra trema in Medio Oriente

Sono le 21:18 di una domenica come le altre, in Iraq e Iran i cittadini portano avanti le loro vite come ogni domenica in tarda sera, c’è chi è davanti la tv, chi sta ancora mangiando intorno al tavolo o chi sta passeggiando per la propria città o villaggio. All’improvviso una scossa, un tremore, in quest’angolo del Medio Oriente la prima cosa che viene in mente alle persone è l’esplosione di una bomba. I palazzi cominciano a oscillare, cadere a pezzi e si sente un urlo: “terremoto!” Più o meno 30 secondi dopo, il paesaggio davanti gli occhi di coloro che si sono riuniti in strada è raccapricciante: palazzi squarciati, edifici ridotti in macerie, familiari che scavano a mani nude in mezzo ai detriti.

Domenica 12 settembre, al confine tra Iraq e Iran, un terremoto con magnitudo pari a 7.3 della scala Richter fa tremare le certezze delle due regioni. Il terremoto più devastante dell’anno corrente, capace di farsi sentire anche nei paesi vicini come: Kuwait, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Le zone che hanno riportato più danni sono state la provincia curda Sulaymaniyah (Iraq) e la provincia Kermanshah (Iran). Il terremoto ha portato con sé una vera e propria onda di morte. In Iran sono morte 530 persone e i feriti sono 7817; in Iraq, secondo la Iraqi Red Crescent, i morti sono 10 e i feriti 430. Numeri che aiutano tutti a noi a capire la reale portata distruttiva di questo terremoto.

L’epicentro del terremoto, secondo la United States Geological Survey, è stato individuato a 30 km dalla città di Halabajah, al confine tra Iraq e Iran, una zona situata esattamente sopra la faglia che divide le due placche tettoniche Araba e Euroasiatica. Entrambe sono zone tettonicamente attive, ovvero le placche si muovono continuamente le une verso le altre, generando cosiddetti terremoti di intraplacca. Negli ultimi 15 anni in questo territorio sono stati registrati 3 eventi sismici: nel 2003 venne registrato un terremoto con magnitudo di 6.6, nel sud-est dell’Iran, che uccise 26.000 persone; nel 2005 un terremoto con magnitudo 6.4, nella regione di Kerman in Iran, che provocò la morte di più di 600 persone; e infine nel 2012 due terremoti colpirono il nord-ovest dell’Iran con conseguenze di 200 morti e 200 feriti.

Il presidente Rouhani ha visitato la città iraniana più colpita dal terremoto, ha espresso le sue condoglianze per tutti coloro che hanno perso la vita in questi giorni e ha sottolineato quanto tutti stiano facendo il massimo per limitare i danni: 15000 case sono attualmente inagibili e di conseguenza ora bisogna affrontare il problema di avere 70000 persone che non hanno una casa dove tornare. A questo si aggiunge il fatto che in queste regioni al calare della notte le temperature si fanno tanto rigide quanto difficili da sopportare. Molte città sono rimaste senza elettricità e, con la chiusura della centrale di gas per motivi di sicurezza, diventa sempre più difficile riuscire a cucinare qualcosa da mettere sotto i denti e affrontare le fredde notti. Il direttore dell’Iran’s emergency services, Koolivand ha dichiarato che molte piccole città sono irraggiungibili a causa delle frane che hanno bloccato tutte le vie d’accesso. Le scuole sono state chiuse e persino gli ospedali, che dovrebbero fungere da roccaforte per la popolazione, hanno accusato gravi danni.

A livello internazionale, dal Presidente russo Putin al Segretario Generale delle Nazioni Unite, le più alte cariche politiche hanno espresso la loro vicinanza ai due paesi colpiti dal terremoto e che sono pronti ad inviare aiuti e a cooperare per migliorare la situazione attuale. La Turchia, a nord-ovest dell’Iraq, si è subito mossa per portare soccorso nei territori dove necessario, mettendo da parte i conflitti e le questioni politico-economiche con la regione curda. Le autorità gestionali per emergenza e disastri hanno mandato personale abilitato al soccorso (92 persone), 4000 tende e 7000 coperte. Il governo curdo, riconoscendo l’azione immediata turca, ha ringraziato il Presidente Erdogan. Questo dovrebbe essere l’esempio, a livello internazionale, che dovremmo diffondere, nel momento di necessità essere pronti a deporre le armi e aiutarci come appartenenti a una stessa grande comunità.

Le storie di Tohid Najafi e Tara Kangarlou portano alla luce quanto il tiro alla fune politico possa danneggiare un paese e in questo caso l’Iran. Entrami i cittadini, americani, hanno deciso qualche giorno fa di raccogliere fondi per aiutare la loro popolazione originaria. Per raggiungere tale fine hanno utilizzato piattaforme comuni a tutti: facebook e Youcaring. Najafi dopo aver raccolto 200.000 mila dollari, scopre che facebook ha bloccato i fondi raccolti poiché senza previa autorizzazione del ministero del tesoro americano non possono essere effettuati trasferimenti direttamente nei paesi con l’embargo. Le pagine successivamente sono state entrambe cancellate.

Il terremoto ancora scuote gli animi delle persone che in quei 30 secondi hanno perso tutto, hanno perso un familiare, hanno perso ciò per cui hanno lavorato duramente. Questo terremoto porta a galla i tanti problemi delle due nazioni e anche i problemi internazionali. Citando le stesse parole di Erri de Luca dopo il terremoto in Abruzzo: “Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.” Proprio dalla vita conservata, da quella vita che sussurra i nomi di chi ormai parte delle macerie, proprio da questa vita ne deve nascere una nuova, una nuova linfa vitale. Anche con la speranza che da questi avvenimenti la comunità internazionale, passo dopo passo, possa capire quanto la cooperazione e la comprensione collettiva possa essere la risposta a tutte le domande che da decenni martorizzano il Medio Oriente e non solo.

 

Oscar Raimondi

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